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Il termine Greenwashing non è forse ancora troppo conosciuto in Italia, ma denota un fenomeno che, sfortunatamente, è molto presente anche nel nostro Paese. Che cos’è? In breve: l’insieme di strategie di comunicazione che forniscono false o fuorvianti informazioni rispetto alla sostenibilità di un’azienda. Ecologia di facciata è la traduzione italiana più vicina: il mascherare dei lati nascosti della produzione, spacciandosi per green, ma solo perché è di moda, e non per un reale interesse nei confronti del benessere ambientale. Abbiamo affrontato l’argomento insieme a Roberto Milani, che di certo è riuscito a dare un punto di vista interessante.

“Credo la sfida del futuro, in ambito della sostenibilità, sia pensare al fine vita dei materiali, capire dove finiscono i prodotti quando non si usano più, capire come possono essere riciclati per dare loro nuova vita”. 

Greenwashing: una comunicazione fuorviante 

L’ecologia, la sostenibilità e il rispetto dell’ambiente, sono concetti attualmente sulla bocca di tutti. Nonostante vi sia una reale problematica legata al cambiamento climatico, alla scarsità di risorse alimentari, alla necessità di trovare la cura per il nostro malato pianeta, è anche vero che molto spesso se ne parla perché se ne deve parlare. Nell’ambito della produzione, questo si traduce in un fenomeno specifico, il Greenwashing. Proclamarsi green anche quando non lo si è, o non lo si è davvero. “Alla comunicazione devono seguire fatti concreti”.

Verso un’educazione green: come riconoscere il Greenwashing

“Fin dal principio, la nostra missione è stata quella di educare le persone: la plastica, un materiale demonizzato, sinonimo di minaccia, è in realtà un bene positivo, se usata e riciclata nel modo corretto”. La plastica, infatti, sebbene a questo non si dia mai molto peso, è un materiale che ha un basso impatto produttivo in termini ecologici: essa è di fatto continuamente riciclabile, non ha una fine, le si può sempre dare nuova vita. “25 anni fa le aziende virtuose erano quelle che non inquinavano. Oggi abbiamo, per forza di cose, alzato l’asticella: le aziende virtuose sono quelle che hanno un reale interesse per il benessere del pianeta, e agiscono in questa direzione – il non inquinare è un fatto che dovrebbe essere scontato”.

Educare le persone è sicuramente importante: la transizione ecologica ha infatti un costo. Sia per le aziende, come abbiamo visto, ma anche per il soggetto singolo. Nel quotidiano, sempre più spesso si nota, per esempio, la comparsa di stoviglie biodegradabili. Tralasciando le problematiche relative ai processi di smaltimento di questi nuovi materiali green, c’è da chiedersi se il cliente finale sia disposto a pagare di più per essere green. Ovviamente, questo non è sempre possibile. L’educazione al riciclo è dunque fondamentale: la plastica è un materiale di valore, leggero, economico, e soprattutto che può essere riutilizzato infinite volte. Bisogna insegnare a credere nella qualità e nella durabilità di un prodotto che può essere inquinante, ma non deve necessariamente esserlo.

Come fare una comunicazione veramente green?

“Dal riciclo della plastica facciamo contenitori: dal messaggio, nasce l’azione. Non bisogna essere sostenibili perché è alla moda, ma perché i valori dell’azienda si fondano sull’idea di sostenibilità”. Quindi avere dei valori e credere davvero che produzione e benessere ambientale siano dei concetti conciliabili. Essere trasparenti, raccontare in modo veritiero il proprio lavoro, cosicché il cliente possa verificare in ogni momento l’operato, e pian piano fidarsi, credere nel cambiamento. Se questo non si può fare perché il materiale di partenza non è effettivamente sostenibile, o perché l’ambiente non è tra le priorità dell’azienda, la soluzione è solo una: aspettare, non comunicare informazioni fuorvianti, ma muoversi invece in una direzione che sia il più green possibile.

La sfida del futuro 

Ma cosa significa essere sostenibili? Secondo Roberto MIlani la sostenibilità è legata al riciclo della materia prima. Un oggetto è sostenibile quando non muore mai, quando il materiale con cui è realizzato può essere riciclato e riutilizzato all’infinito. Ecco dunque che la sfida del futuro deve andare nella direzione del capire dove i prodotti finiscono quando non si usano più, come vengono smaltiti, ancora: come possono essere riciclati e riutilizzati. C’è da chiedersi, per esempio, che fine faranno le batterie esauste delle auto elettriche, ad oggi vendute come i mezzi di trasporto più ecosostenibili…

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